Diritto civile

Bagagli smarriti: l’acquisto online non determina automaticamente la competenza del giudice del domicilio del passeggero 150 150 Graziella Pascotto

Bagagli smarriti: l’acquisto online non determina automaticamente la competenza del giudice del domicilio del passeggero

L’acquisto online di un biglietto aereo non rende competente il giudice del luogo di residenza del passeggero a conoscere dell’azione di risarcimento per la perdita dei bagagli. Lo ha stabilito la sentenza della Corte di giustizia del 17.9.2026 C-876/24, Vueling Airlines, con la quale la Corte ha interpretato l’art. 33, paragrafo 1, della Convenzione per l’unificazione di alcune norme relative al trasporto aereo internazionale (Montreal, 1999). La decisione stabilisce che il foro del luogo in cui il vettore possiede un’impresa che ha provveduto a stipulare il contratto corrisponde al luogo in cui è situata l’impresa del vettore che ha provveduto a stipulare il contratto di trasporto aereo del passeggero, anche quando tale contratto sia stato concluso online e l’azione risarcitoria riguardi la perdita dei bagagli. Secondo i giudici europei, il riferimento a un’«impresa» del vettore presuppone un elemento di presenza fisica del vettore nel luogo considerato. Il semplice fatto che il contratto sia stato concluso attraverso internet non consente quindi di considerare il domicilio del passeggero come il luogo in cui il vettore dispone di un’impresa attraverso la quale il contratto è stato concluso.

https://ecc-netitalia.it/it/news/bagagli-smarriti-lacquisto-online-non-determina-automaticamente-la-competenza-del-giudice-del-domicilio-del-passeggero/

Società con debiti erariali vende i beni immobili: sì alla revocatoria da parte del Fisco 150 150 Graziella Pascotto

Società con debiti erariali vende i beni immobili: sì alla revocatoria da parte del Fisco

Una società aliena cespiti immobiliari per circa € 400 mila ad un’altra compagine sociale. La società alienante presenta debiti per oltre € 600 mila a titolo di tributi erariali non corrisposti e l’Agenzia delle Entrate-Riscossione esperisce l’azione revocatoria chiedendo la declaratoria di inefficacia della vendita. La compratrice lamenta che i giudici di merito abbiano ravvisato la consapevolezza del pregiudizio arrecato al creditore sulla base di meri indizi come la contiguità delle compagini sociali atteso che il legale rappresentante della società acquirente era anche socio della società alienante.
La consapevolezza del danno arrecato alle ragioni creditorie può emergere anche da elementi presuntivi?
La Corte di Cassazione (ord. n. 16575 27.5.2026) precisa che la vendita contestuale di una pluralità di cespiti immobiliari, «secondo consolidata giurisprudenza di legittimità, integra di per sé un indice presuntivo della consapevolezza del pregiudizio arrecato alle ragioni creditorie». Inoltre, i giudici rigettano le difese svolte dalla società ricorrente, in quanto, per escludere l’elemento soggettivo, che costituisce uno dei presupposti dell’azione revocatoria, non rilevano il pagamento anticipato del prezzo e la congruità dello stesso, giacché si tratta di elementi che non elidono la consapevolezza del pregiudizio derivante dall’operazione valutata nel suo complesso.
Debiti fiscali e vendita immobili: revocatoria del Fisco confermata dalla  Cassazione | Altalex
Foto al centro estetico: serve un consenso valido 150 150 Graziella Pascotto

Foto al centro estetico: serve un consenso valido

E’ il caso di una signora che aveva acquistato un pacchetto per dei trattamenti estetici. In occasione della prima seduta, mentre era senza vestiti per la misurazione della massa grassa, le erano state scattate alcune foto con un tablet a corpo nudo e a viso scoperto. La cliente sosteneva che ciò fosse avvenuto improvvisamente e senza il suo consenso e aveva chiesto l’immediata cancellazione delle immagini. Scopriva in seguito che le foto non erano state cancellate ma solo spostate nel “cestino” del tablet e potevano quindi essere recuperate. Aveva perciò interrotto il rapporto e agito in giudizio chiedendo € 5mila di risarcimento, oltre alla restituzione delle somme versate per i trattamenti non eseguiti. Il Centro estetico sosteneva che il consenso fosse stato prestato con la firma del contratto.
La Cassazione (ord. n. 25117/2026) ha chiarito che il titolare del trattamento deve provare che il consenso sia conforme al GDPR: libero, specifico, informato e inequivocabile. Inoltre “quando il consenso dell’interessato è prestato nel contesto di una dichiarazione scritta che riguarda anche altre questioni”, come nel presente caso in cui è stata inserita nel “piano dei trattamenti”, “la richiesta di consenso deve essere presentata in modo chiaramente distinguibile dalle altre materie e il mancato rispetto di tale condizione incide negativamente sulla dichiarazione”.
La Suprema Corte ha quindi annullato la decisione impugnata: il Tribunale non aveva verificato se il consenso possedesse tutti i requisiti richiesti dal GDPR, se fosse stato manifestato liberamente e se le fotografie fossero realmente necessarie per eseguire il trattamento estetico. Il Tribunale dovrà quindi procedere con un nuovo esame della questione anche dal punto di vista risarcitorio.
Foto al centro estetico: serve un consenso valido
In albergo o al ristorante l’acqua del rubinetto non è un diritto 150 150 Graziella Pascotto

In albergo o al ristorante l’acqua del rubinetto non è un diritto

E’ il caso di una turista che aveva soggiornato in un hotel cinque stelle di Corvara in Badia con un pacchetto in mezza pensione e la formula “bevande escluse”. Durante i pasti aveva chiesto più volte la somministrazione di acqua potabile, direttamente dalla rete idrica, ottenendo il fermo rifiuto della struttura alberghiera che le aveva imposto acqua in bottiglia da 0,75 l. al costo di € 7.
La signora decideva quindi di rivolgersi al Giudice svolgendo una richiesta risarcitoria di € 2.763,00 per la spesa sostenuta e lo stress emotivo patito, sostenendo che l’acqua “è un bene naturale e un diritto umano universale di ciascun individuo” e che la sua erogazione gratuita nel quantitativo minimo vitale necessario per i bisogni essenziali va garantita.
La vicenda giudiziaria durata diversi anni si è conclusa con l’ordinanza della Corte di Cassazione n. 11827 del 29.4.2026 che ha escluso la risarcibilità del danno non patrimoniale, in conformità al costante orientamento della Cassazione secondo il quale il danno non patrimoniale “è risarcibile solo in caso di violazione non minimale di un diritto di rango costituzionale” e anche quando è determinato dalla lesione di diritti inviolabili della persona, “costituisce sempre un danno conseguenza, che deve essere allegato e provato”. La turista non avrebbe allegato e neppure provato che il contratto stipulato con l’albergo prevedesse la possibilità di consumare acqua del rubinetto: in assenza di tale prova, non sussiste inadempimento contrattuale; e neppure che il comportamento dell’hotel le avesse causato un danno non patrimoniale, il quale come detto non può essere riconosciuto automaticamente, ma è necessario dimostrare una lesione significativa di un diritto costituzionalmente protetto e provare le conseguenze negative subite.
Acqua del rubinetto in albergo: nessun diritto per il cliente | Altalex
Cassette di sicurezza e responsabilità della banca 150 150 Graziella Pascotto

Cassette di sicurezza e responsabilità della banca

La rapina alla filiale di Credit Agricole avvenuta a Napoli lo scorso 16 aprile, porta all’attenzione il problema della responsabilità della banca verso i clienti, con particolare attenzione al caso di violazione delle cassette di sicurezza custodite dall’istituto di credito e sottrazione del loro contenuto.
Il contratto per l’utilizzo di una cassetta di sicurezza presso una banca è misto custodia/locazione: la banca mette a disposizione una struttura materiale, tecnica ed organizzativa idonea a realizzare condizioni di sicurezza superiori a quelle raggiungibili dal cliente nella sua sfera privata.
Per questo risponde per la perdita o il danneggiamento dei beni contenuti nella cassetta dovendo garantire l’integrità dei locali e dei sistemi di sicurezza: la responsabilità è presunta, salvo che dimostri il verificarsi di un evento imprevedibile e inevitabile.
In caso di furto, trattandosi di un evento prevedibile, la banca è di norma responsabile, mentre in caso di rapina, poichè viene operata violenza, potrebbe esserci esenzione da responsabilità.
Ai sensi dell’art. 1229 c.c., tuttavia, le clausole che limitano la responsabilità sono considerate nulle e, per la giurisprudenza, le clausole che prevedono limiti risarcitori sono inefficaci.
Frequentemente tali contratti prevedono massimali risarcitori e il cliente può dichiarare un valore maggiore, pagando un canone più alto per aumentare la copertura, o il divieto di introdurre in cassetta beni di valore eccedente rispetto a quello contrattualmente determinato.
Il cliente in ogni caso deve dimostrare quali erano i beni depositati nella cassetta con foto, perizie o testimoni, ma anche tramite presunzioni semplici e giuramento estimatorio considerato che il contratto di cassette di sicurezza è caratterizzato da riservatezza e quindi la giurisprudenza alleggerisce l’onere probatorio del cliente danneggiato.
Cassette di sicurezza banca: responsabilità e risarcimento furto | Altalex
Condominio: uso di piscina e campo da tennis anche in base ai millesimi 150 150 Graziella Pascotto

Condominio: uso di piscina e campo da tennis anche in base ai millesimi

E’ il caso di una delibera assembleare impugnata da alcuni condomini poichè ritenuta affetta da nullità dopo l’approvazione di un nuovo regolamento che disciplinava l’uso della piscina e del campo da tennis introducendo un sistema basato sui millesimi di proprietà. Più precisamente il regolamento prevedeva turni per il campo da tennis tali che i condomini proprietari di più millesimi avrebbero potuto utilizzarlo per più ore la settimana. Consentiva inoltre, ai proprietari di più millesimi, di invitare un maggior numero di ospiti in piscina. Sia il Tribunale di Verona che la Corte d’Appello di Venezia ritenevano che il regolamento non impedisse l’uso dei beni ai condomini, limitandosi a disciplinarne le modalità, senza alterarne la destinazione né comprimere il diritto di ciascuno a un godimento effettivo.
Allo stesso modo la Corte di Cassazione (ordinanza n. 4966 del 5.3.2026) ha respinto il ricorso dei condomini richiamando l’art. 1102 c.c., secondo cui ciascun partecipante alla comunione può utilizzare la cosa comune purché non ne alteri la destinazione e non impedisca agli altri di farne uso.
Il principio del cosiddetto “pari uso” non implica che tutti i condomini debbano utilizzare il bene nello stesso modo o nello stesso momento. Ciò che conta è che l’uso più intenso da parte di alcuni non escluda il diritto degli altri a beneficiare del servizio.
L’assemblea condominiale pertanto può, con delibera adottata con la maggioranza prevista dagli artt. 1138 e 1136 c.c. (non all’unanimità) limitare il godimento dei beni condominiali non rientranti nell’art. 1117 c.c. in misura proporzionale al valore della quota di singoli partecipanti alla comunione purché non impedisca agli altri partecipanti di farne uso. Il principio non vale quindi per scale, tetto, facciate, cortili destinati al passaggio o impianti comuni. In questi casi si tratta di beni funzionalmente necessari all’uso delle unità immobiliari e il diritto di ciascun condomino al loro utilizzo non può essere modulato in base ai millesimi di proprietà.
Condominio: uso di piscina e campo da tennis anche in base ai millesimi
Clausola risolutiva espressa: non è possibile sindacare la gravità dell’inadempimento 150 150 Graziella Pascotto

Clausola risolutiva espressa: non è possibile sindacare la gravità dell’inadempimento

Una società produttrice di automobili risolve il contratto con la concessionaria a causa dell’inadempimento di quest’ultima, facendo valere una clausola risolutiva espressa. In base a tale previsione pattizia, il contratto si risolve di diritto nel caso di mancato pagamento di un importo pari alla metà del valore del veicolo più economico. La società concessionaria agisce in giudizio considerando la risoluzione illegittima e il giudice di merito accoglie tale ricostruzione ritenendo l’inadempimento non grave in considerazione del volume d’affari intercorrente tra le parti.
Se nel contratto è presente una clausola risolutiva espressa il giudice può sindacare la gravità dell’inadempimento?
La Corte di Cassazione (ord. 4.12.2025 n. 31763) risponde negativamente. Infatti, secondo la costante giurisprudenza, “la pattuizione di una clausola risolutiva espressa esclude che la gravità dell’inadempimento possa essere valutata dal giudice nei casi già previsti dalle parti”. Giova ricordare che la risoluzione del contratto può avvenire per decisione di un giudice (ope iudicis) e, allora, si parla di risoluzione giudiziale, ma anche di diritto (ipso iure) come nell’ipotesi della clausola risolutiva espressa (ex art. 1456 c.c.. Secondo la regola generale in materia di risoluzione contrattuale, il contratto non si può risolvere se l’inadempimento di una delle parti ha scarsa importanza, avuto riguardo all’interesse dell’altra (così dispone l’art. 1455 c.c.). Invece, la clausola risolutiva espressa supera la necessità di svolgere una valutazione sulla gravità dell’inadempimento giacché sono i contraenti che, ex ante, nel determinarne il contenuto, stabiliscono che l’inadempimento di una determinata obbligazione sia sufficientemente grave da giustificare la risoluzione. Pertanto, il giudice deve verificare solo se l’inadempimento si sia verificato e se sia imputabile al debitore, ma non può valutarne la gravità già stabilita contrattualmente.
Clausola risolutiva espressa: non è possibile sindacare la gravità  dell'inadempimento
Proprietà immobiliare, la Legge di Bilancio 2026 detta nuove regole sulla rinuncia abdicativa 150 150 Graziella Pascotto

Proprietà immobiliare, la Legge di Bilancio 2026 detta nuove regole sulla rinuncia abdicativa

L’art. 1 commi 731 e 732 della Legge di Bilancio 2026, introduce una regolamentazione sistematica della rinuncia abdicativa alla proprietà immobiliare. Al fine di evitare che lo Stato diventi titolare forzato di immobili irregolari, degradati o pericolosi, trasferendo sull’erario oneri insostenibili, il legislatore ha introdotto rigorosi obblighi di conformità.
L’atto di rinuncia è nullo se non corredato da documentazione tecnica che attesti:
-conformità Urbanistico-Edilizia, l’assenza di abusi insanabili o difformità gravi rispetto ai titoli abilitativi depositati presso il Comune;
-conformità catastale, la perfetta corrispondenza tra lo stato di fatto dell’immobile e le planimetrie/dati depositati in Catasto;
-conformità ambientale e sismica, l’attestazione che il bene non sia fonte di rischi ambientali (es. necessità di bonifiche) o strutturali che richiederebbero interventi immediati di messa in sicurezza a spese dello Stato.
Il Governo è voluto intervenire in contrasto alla recente sentenza della Suprema Corte a Sezioni Unite n. 23093/2025 (post del 26.8.2025): la Cassazione aveva di fatto stabilito come non si potessero obbligare le persone a mantenere la proprietà di beni contro la propria volontà, specialmente quando questi costituiscono un peso economico o una fonte di responsabilità civile sulla base del potere di disposizione del proprietario riconosciuto dall’art. 832 c.c.
Dal 1 gennaio, dunque, per i proprietari di immobili fatiscenti, la rinuncia abdicativa sarà sottoposta a condizioni talmente stringenti da renderla in concreto inapplicabile nella maggior parte dei casi.
Le alternative possibili saranno la vendita, anche a prezzi irrisori, oppure affrontare l’oneroso iter di regolarizzazione per tentare poi la rinuncia.
Frodi bancarie: la responsabilità semi-oggettiva della banca 150 150 Graziella Pascotto

Frodi bancarie: la responsabilità semi-oggettiva della banca

Con sentenze del 22.7 e del 10.9.2025 la Corte di Appello di Firenze ha deciso due controversie intentate da alcuni correntisti contro gli istituti di credito di riferimento, per ottenere il risarcimento dei danni subiti a seguito di bonifici fraudolenti disposti tramite il servizio di home banking. La Corte fiorentina ha chiarito, in entrambe le pronunce che il D. Lgs. 27.1.2010 n. 11 prevede una forma di responsabilità aggravata in capo alla banca, la quale, in caso di operazioni abusivamente ordinate, è tenuta a dimostrare il dolo o la colpa grave del correntista. Viene pertanto a configurarsi un’ipotesi di responsabilità “semi–oggettiva” della banca, che trae la sua giustificazione nel fatto che questa, nel fornire i propri servizi attraverso canali rischiosi, si assume un rischio di impresa.

Frodi bancarie: la responsabilità semi-oggettiva della banca

https://www.altalex.com/documents/2025/12/17/frodi-bancarie-responsabilita-semi-oggettiva-banca

Legittima la rinuncia abdicativa alla proprietà immobiliare 150 150 Graziella Pascotto

Legittima la rinuncia abdicativa alla proprietà immobiliare

Importante e storica decisione delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione (sentenza n. 23093 del 11.8.2025) ha stabilito che la rinuncia alla proprietà immobiliare è un atto unilaterale non recettizio e lo Stato non ha alcun potere di opporsi.
Uno dei casi devoluti alle Sezioni Unite proveniva dal Tribunale di Venezia e riguardava due proprietari che avevano rinunciato con atto notarile ad un immobile ubicato in una zona soggetta a fenomeni franosi.
Il Ministero dell’Economia e l’Agenzia del Demanio hanno tuttavia impugnato l’atto, sostenendo che l’operazione fosse illegittima poiché dettata esclusivamente dal desiderio di liberarsi di un peso economico, dato che l’art. 42 Cost. assegna alla proprietà privata una “funzione sociale”, che non sarebbe compatibile con un abbandono motivato da un fine puramente egoistico. Inoltre nell’ordinamento italiano non esisterebbe una generica facoltà di rinuncia abdicativa alla proprietà immobiliare.
La Corte ha sancito invece che la rinuncia alla proprietà è un negozio giuridico unilaterale e non recettizio, il cui effetto è quello di trasferire la proprietà del bene a cui si è rinunciato direttamente allo Stato in base all’art. 827 c.c., che disciplina i cosiddetti “beni vacanti”. Ha anche stabilito che l’art. 42 Cost. non impone al proprietario il dovere di conservare un immobile a tutti i costi, ma serve a consentire allo Stato l’imposizione di limiti e vincoli in nome dell’interesse generale.
In altre parole, il proprietario che non trae alcuna utilità da fabbricati o terreni di cui è titolare, e da cui spesso derivano solo costi come l’Imu, assicurazioni per i danni, interventi manutentivi ecc. può oggi scegliere di abbandonare l’immobile.
La Corte ha peraltro stabilito che la rinuncia estingue il diritto di proprietà ma non cancella le obbligazioni e le responsabilità eventualmente sorte quando il rinunciante era ancora nella titolarità del bene.
Legittima la rinuncia abdicativa alla proprietà immobiliare