La “stangata” del Garante Privacy su Intesa Sanpaolo
Il Provvedimento 26.3.2026, n. 208 con cui il Garante per la protezione dei dati personali ha irrogato a Intesa Sanpaolo una sanzione di 31,8 milioni di euro, non è soltanto un atto amministrativo di eccezionale portata pecuniaria, ma rappresenta una vera e propria lezione di diritto applicato alla realtà digitale.
La vicenda, che ha visto un dipendente infedele scrutare per oltre due anni i conti correnti di migliaia di clienti, tra cui spiccano i nomi delle più alte cariche dello Stato, ha messo a nudo una verità scomoda: nel settore bancario, la sicurezza non può più essere intesa come una mera barriera perimetrale contro gli attacchi esterni, ma deve trasformarsi in una vigilanza costante e minuziosa sui comportamenti interni. Il giurista che analizza le carte del Garante scorge immediatamente una profonda frattura nel rapporto fiduciario che lega il depositante all’istituto di credito. Quando un cliente affida i propri risparmi a una banca, le affida implicitamente la propria intera biografia finanziaria, un patrimonio di informazioni che rivela abitudini, legami, debolezze e orientamenti.
La massiccia sanzione amministrativa non colpisce quindi solo la falla tecnica, ma sanziona il tradimento di un’aspettativa di riservatezza che è alla base della stabilità stessa del sistema creditizio.

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